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22

Mag 2026

Leggere romanzi mi ha resa una professionista migliore

scritto da / in Buono a sapersi, SENZA FILTRO / Commenta

Leggo tanto. Leggo sempre. Leggo di tutto. Romanzi storici, gialli, distopie, classici, romanzi di formazione. E poi saggi: neurobiologia, fisica quantistica, storia, religione, filosofia. Mi appassionano anche le storie d’impresa, soprattutto quelle nate tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, quando le aziende erano ancora visioni e rischio puro, sostenute da intuizioni e perseveranza; quando, per dirla con Maria Montessori, costruire significava creare le condizioni perché le persone potessero esprimere il loro potenziale. Non ho un genere unico. Ho una fame trasversale, una specie di bulimia intellettuale che non distingue tra scaffali.

I saggi spiegano. I romanzi allenano.

Se devo essere onesta con me stessa, è la letteratura che mi ha cambiata di più. Non perché i saggi non contino, tutt’altro. Mi hanno dato struttura, metodo, linguaggio tecnico. Un saggio di neurobiologia mi spiega come funziona la corteccia prefrontale. Un manuale di marketing mi aiuta a isolare le variabili di una decisione. Ma un romanzo fa qualcosa di diverso.
Un romanzo di Dostoevskij mi fa sentire cosa significa essere dentro una mente. Shakespeare mi mostra cosa succede mentre una decisione prende forma, tra dubbio, desiderio, paura e conseguenze che non sono mai del tutto prevedibili. La differenza è sottile, ma profonda: i saggi mi hanno dato gli strumenti, i romanzi mi hanno dato lo sguardo.

Dal sentire al misurare

Per molto tempo ho pensato che fosse solo una sensazione personale. Un effetto collaterale di chi legge molta narrativa. Poi, a un certo punto, ho smesso di fidarmi dell’intuizione e ho iniziato a cercare dati. Volevo capire se quella esperienza così concreta: l’impressione che la letteratura stesse allenando qualcosa che la saggistica, da sola, non poteva darmi, che avesse un fondamento misurabile.
La risposta non è arrivata dalla teoria letteraria, ma dalla neuroscienza. Ed è una risposta sorprendentemente solida.

Nel 2013, David Comer Kidd ed Emanuele Castano pubblicano su Science uno studio destinato a diventare un riferimento. Attraverso una serie di esperimenti dimostrano che leggere letteratura, non saggistica, non fiction di puro intrattenimento, migliora in modo significativo la Theory of Mind, la capacità di comprendere pensieri, emozioni e intenzioni degli altri.
Il motivo è strutturale.
La letteratura è ambigua, incompleta, polifonica. Non spiega, non guida, non chiude. Costringe il lettore a interpretare silenzi, a colmare vuoti, a simulare stati mentali complessi. È un esercizio cognitivo continuo.
Negli anni successivi, questi risultati sono stati confermati e ampliati. Una meta‑analisi pubblicata nel 2024 sul Journal of Experimental Psychology: General, che ha analizzato oltre 180 studi tra correlazionali e sperimentali, mostra che la lettura di fiction è associata a miglioramenti significativi in empatia, comprensione delle prospettive altrui, abilità verbali, ragionamento e pensiero astratto, anche quando viene confrontata direttamente con la saggistica.

Cosa succede nel cervello di chi legge romanzi

Gli studi di neuroimmagine aiutano a capire cosa accade sotto la superficie. Le ricerche di Diana Tamir e colleghi mostrano che la lettura di narrativa attiva in modo selettivo il Default Mode Network, la rete neurale che utilizziamo quando immaginiamo scenari, ricostruiamo mondi possibili e proviamo a entrare nella mente degli altri.
In particolare, la corteccia prefrontale dorsomediale media la relazione tra quantità di narrativa letta e performance nella cognizione sociale.
Detto in modo semplice: chi legge più romanzi capisce meglio le persone. Non per sensibilità innata, ma per allenamento neurale.
E l’effetto non si esaurisce con l’ultima pagina. Uno studio condotto alla Emory University ha mostrato che immergersi in un romanzo aumenta la connettività cerebrale nelle aree legate al linguaggio e alla percezione sensoriale, e che questo aumento persiste per giorni dopo la fine della lettura. Non è solo intrattenimento. È plasticità neurale.

Leggere sposta il peso del pensiero

C’è un altro effetto della lettura di narrativa che per me è sempre stato evidente e che oggi trova sempre più riscontri scientifici: mentre leggo, il pensiero non si spegne, ma smette di gravare sui miei problemi. Si sposta altrove. Continua a lavorare, ma su un altro materiale, con un altro peso emotivo.
E lo sento nel corpo prima ancora che nella testa. Le spalle scendono di qualche millimetro, la mandibola si allenta, la fronte perde quella micro‑contrazione che spesso mi porto dietro senza accorgermene. Il respiro diventa più pieno, più basso, diaframmatico, e a un certo punto si regolarizza da solo, senza che io debba intervenire. È come se il corpo smettesse di chiedermi attenzione. Il battito rallenta, la vigilanza si abbassa, la tensione diffusa si scioglie.
Non è uno stato di vuoto, ma di regolazione. La mente resta attiva, ma entra in una concentrazione morbida e continua, molto diversa da quella frammentata e iper‑reattiva che gli stimoli digitali sollecitano costantemente. Non a caso, alcune ricerche mostrano che bastano pochi minuti di lettura immersiva per ridurre in modo significativo l’attivazione fisiologica legata allo stress, con un effetto paragonabile, per intensità, a quello delle pratiche di rilassamento guidato.
Quando leggo un romanzo mi immergo in un’altra mente, in un altro tempo, in un altro ritmo. Il sistema nervoso esce dalla modalità di urgenza e rientra in una condizione di equilibrio. Non perché evada, ma perché si sposta. Per questo, per me, leggere assomiglia alla meditazione: non elimina il pensiero, lo riordina; non cancella il rumore, lo mette a distanza.

Dal romanzo al (mio) lavoro

Ma cosa c’entra tutto questo con il mio lavoro?
C’entra moltissimo, soprattutto se si lavora nella comunicazione, nella strategia o nel marketing.
Uri Hasson ha dimostrato che durante un racconto efficace il cervello dell’ascoltatore si sincronizza con quello del narratore: è il fenomeno del neural coupling. Più la storia è ben costruita, più il messaggio viene compreso, ricordato, interiorizzato.
Chi legge letteratura allena quotidianamente questa capacità.
Entra nella mente dell’altro, anticipa reazioni emotive, impara a muoversi in contesti ambigui, a interpretare segnali deboli, a tollerare la complessità senza semplificarla. In termini professionali, questo si traduce in una comprensione più fine delle persone: clienti, interlocutori, team. Non perché si diventi più “empatici” in senso generico, ma perché si è allenata una forma di simulazione mentale che rende più leggibili intenzioni, resistenze, non detti.

In un mercato saturo di dati, automazione e contenuti generati in serie, questa non è una finezza. È una differenza reale.

E quindi?
Continuo a leggere saggi perché mi danno le mappe. Ma continuo soprattutto a leggere i romanzi, perché mi insegnano a muovermi nel territorio.
Se, come me, lavori nella comunicazione e nel marketing, forse il miglior investimento che puoi fare è leggere un romanzo.
Uno che ti costringa a pensare. Uno che ti lasci senza risposte facili.
Uno che, una volta chiuso, continui a lavorare dentro.

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