Pensieri, senza filtro.

Quando le dita improvvisano sulla tastiera

18

Dic 2015

Mezzo pieno o mezzo vuoto?

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Se riempi un bicchiere d’acqua a metà, come lo vedi? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Beh, dipende.

Dipende dal giorno, nel mio caso.

Oggi è uno di quei giorni in cui non saprei dire se lo vedo in ottica positiva o negativa. Diciamo che risponderei che il liquido in quel bicchiere lo vedo a metà: il bicchiere non è sicuramente pieno  ma neanche vuoto.

O forse…

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Un limbo, un equilibrio sopra la follia, come direbbe Vasco Rossi.

Un equilibrio precario, un percorso disseminato di ostacoli che continuano a mettermi alla prova.

Forse hanno ragione quando mi dicono che mi vedono sovraccarica di energia, energia repressa che si butta nel fare. Quel fare continuamente mille cose diverse, perché se fermassi testa e corpo e mi costringessi ad ascoltare, ad ascoltarmi, quello che sentirei probabilmente non mi piacerebbe.

E allora per non sentire, per non dare credito a quello che dentro di me, in fondo, già sa quello che dovrei fare (ancora!)  per sentirmi più leggera  mi tengo affaccendata e occupata.

Non un secondo lontano da una attività, anche nel tempo libero. Si legge, si guarda la televisione piuttosto, ma mai un singolo secondo da sola con i miei pensieri che urlerebbero troppo forte per fare finta di niente.

Il fatto è che so quello che voglio, lo so consapevolmente e dal profondo. Lo so e so che non posso averlo, non ora, non così. So cosa mi farebbe sentire libera, cosa stapperebbe il naso costantemente chiuso perché fiuta qualcosa che non gli piace.

Devo fare pace con me stessa, avere più coraggio, volermi bene. Ma, dannazione, non ci riesco [e mentre scrivo, le dita sono bagnate dalle lacrime che scorrono calde].

Provo a mettermi davanti allo specchio della mia anima, io, la tastiera e me stessa, quella che urla in silenzio lì dentro.

Mi manca tremendamente il calore di una famiglia, mi mancano i miei nonni, mi manca l’abbraccio irrazionale e di pancia di chi se fotte delle pianificazioni, dei debiti e del lavoro.

Ecco quello che sento.

Mi manca il coraggio, perché la paura ha ingoiato ogni molecola di istinto.

Sì ho paura. Una paura folle di non averci capito un cazzo, di enfatizzare troppo, di non avere pazienza. Sì ma cosa devo aspettare ancora?

La vita è adesso.

Il paradosso è che vivo con distacco situazioni per le quali dovrei essere empatica e mi faccio assorbire, come il bagnoschiuma sulla spugna, da contesti e ambiti che meriterebbero un serafico dito medio.

Troppo peso al lavoro, alle scadenze, agli altri che, come scheletri, popolano la mia mente e i miei armadi.

Ho bisogno di nulla. Voglio partire, ma non per andare a trovare qualcuno e dover essere.

Voglio sedermi davanti al mare e ascoltare il suono delle onde che fa da colonna sonora al chiacchiericcio dei miei neuroni, mentre la brezza mi accarezza e il sole si illumina in quel sorriso che lo fa ridere. Voglio andare a New York, anche domani mattina, camminare con una tazza di caffè bollente tra le mani per le strade che si chiamano come numeri e guardare dal basso verso l’alto i grattaceli che mi avvolgono.

Ho bisogno di stare da sola, perché io da sola posso ritrovare la forza, quella che pulsa dentro di me.

Quella forza che probabilmente mi porterà al cambio più triste, difficile, sofferto e maledettamente odioso della mia vita. Quel cambiamento che non avrei mai pensato, voluto o pensato di fare.

O forse no. Non cambierà nulla. Rimarrà tutto così: statico, nella routine, nell’attesa di un Godot che non arriverà mai.

Ho bisogno di allontanarmi per ritrovarmi.

Devo riscoprire quel senso di pienezza che ricarica le pile esaurite di un anno pesante.

Forse quando avrò scavato davvero, lontano da tutto e tutti, ritroverò la leonessa e smetterò di accarezzare quella micetta con il pelo arruffato che elemosina attenzioni.

Voglio condividere questo post su...

Grazie :)
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